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Cibo 3D, futuro o realtà? A Londra apre FoodInk
Cibo 3D, futuro o realtà? A Londra apre FoodInk

Il panorama della ristorazione londinese è sempre stato all’avanguardia ma oggi faremo un salto nel futuro perché l’ultimo esperimento coniuga la tradizione con l’innovazione tecnologica. A Londra è aperto il primo ristorante che sfrutta la professionalità delle stampanti 3D al posto della cucina. Il locale si chiama FoodInk e qui è tutto 3D anche i piatti, le posate e persino i tavoli. Non sono ancora ben noti i reali benefici che le stampanti 3D potrebbero apportare ad un settore in evoluzione come quello delle ristorazione ma leggendo il menù di FoodInk abbiamo scoperto che le pietanze proposte sono molto gustose.

I primi dieci clienti di FoodInk si sono mostrati molto soddisfatti, al prezzo di 264 sterline hanno potuto degustare 9 portate. Gli chef che hanno preparato i piatti sono Joel Castanye di El Bulli e Mateau Blanche del ristorante La Boscana. La cena speciale ha avuto luogo al Dray Walk. In cucina la stampante 3D realizzata da byFlow la stessa compagnia che ha sviluppato Focus, il primo prototipo portatile.

FoodInk è il primo ristorante che sfrutta la tecnologia 3D per la preparazione del cibo: stampanti al posto di pentole
FoodInk è il primo ristorante che sfrutta la tecnologia 3D per la preparazione del cibo: stampanti al posto di pentole

Sappiamo già i più curiosi si stanno chiedendo come funziona la stampante per il cibo 3D, in realtà è molto più semplice di quanto si possa immaginare. Tutti gli ingredienti vengono ridotti in pasta e inseriti in una siringa che viene collegata alla stampante. Successivamente si invia la creazione culinaria e il pasto è servito! Entro la fine del 2016 FoodInk dovrebbe sbarcare anche a Tokyo, Singapore, Sidney, Berlino, ed è previsto un breve tour anche a Roma.

Fabio Tacchella, consigliere della Federazione Italiana Cuochi trova FoodInk un’iniziativa molto interessante, ma bisogna aspettare un po’ per capire la risposta del pubblico. Il format si può sviluppare su diverse strade, ma per Tacchella “l’importante è che non ci siano tentativi di stravolgere tradizioni ben radicate, a partire da quella italiana”. L’esperto di innovazione culinaria ha dichiarato: «Non sarebbe corretto chiamare, ad esempio, Amatriciana un piatto realizzato con prodotti differenti da quelli tradizionali, solo perché sono più adatti alle stampanti». E voi cosa ne pensate?

Per maggiori info: FoodInk